Ricordo ancora una sera di settembre, a cena a casa di amici dei miei, in Puglia, quattro o cinque anni fa. Si brindava allo zio Nanni, reduce da una decina di cicli di chemio e un intervento durissimo per un tumore all’intestino. Era passato qualche mese dall’ultima terapia. Iniziavano a ricrescere i capelli, finalmente il volto riprendeva a distendersi, il solito sagace sorriso tornava a risplendere, insieme a una vocazione strepitosa per la battuta agrodolce e fendente. “Buon appetito a questa bella tavola. E a me che finalmente riesco a distinguere il sapore della carne da quello del pesce”, disse arrotolando una matassa di spaghetti alle vongole attorno alla forchetta, ancora premurosamente molto sconditi vista la delicata convalescenza. Seguì ampia spiegazione del fenomeno e fu allora che imparai che chi fa chemio non rifiuta il cibo solo per nausea o sfinimento. E’ che proprio non sente il sapore. Lo sterminio delle cellule a crescita rapida, indispensabile a fermare ogni tumore, non risparmia nemmeno la lingua, le papille gustative, il piu’ scontato e gratuito strumento di piacere quotidiano della vita.
Quest’estate – mentre zio Nanni è guarito e le vongole è tornato a mangiarle affogate d’olio e prezzemolo, come ai bei tempi – io ho imparato, sulla pelle di mio figlio, che per i bambini la legge della carne uguale al pesce e’ la stessa.
Quando proposi a mio figlio i primi vasetti di frutta alla mela, all’inizio li accettò di buon grado. Poi la sua chemio si intensificò e aggiunsero al suo cocktail salvavita il potente Endoxan, ciclofosfamide, il più antico dei chemioterapici, solitamente sconsigliato nei lattanti, ma inevitabile nel suo caso, altrimenti destinato a una prognosi infausta. Endoxan e crema di riso esordirono insieme nel complicatissimo agosto del mio neonato-leone, che provò a combattere colpo su colpo, per poi crollare all’aggiunta del primo liofilizzato di carne e capitolare al secondo ciclo di “chemio potenziata”, fino a rinchiudersi in una monogamia alimentare impenetrabile e blindata con il latte di crescita. Anche dopo una brutta chemio, il biberon è una consolazione basata su un riflesso incondizionato primordiale che non sempre ha bisogno del sapore come condimento. E meno male.
Nei bambini più grandi, però, la scomparsa del gusto è ben piu’ drammatica. E spesso l’unico modo per continuare ad alimentarli è assecondare le richieste acrobatiche dei cibi più cancerogeni del west, banditi da ogni pediatra e rivista di settore. Il nostro ultimo amichetto di stanza, Giorgio, e’ entrato nel regno di Op che era un principe dell’alimentazione modello. Creme di zucca, passati di verdure, pasta e olio extravergine, carni bianche a volonta’. Appena ha iniziato la bomba atomica del mix Endoxan-cortisone, necessaria ad arginare la sua aggressiva leucemia, ha sviluppato una dipendenza inarrestabile da patatine in busta. Di tutto quel sale sintetico, un po’ di gusto comunque arriva. E un po’ di sollievo alle afte in bocca anche. Finito il cortisone, che porta con se’ il divieto assoluto di dolci e caramelle, la dieta di Giorgio si e’ potuta arricchire di un po’ di Pandistelle.
Manuel, invece, vuole solo omogeneizzati al pesce. E’ l’unico sapore che varca la soglia dei farmaci, insieme a quello del Fruttolo alla fragola. Bernardo costringe il papa’ a un viavai tra il regno di Op e il più vicino Mac Donald’s, perché il retrogusto acido del cheesburger surgelato e del cetriolo plastificato non teme concorrenti quando si tratta di sfide impossibili alla ricerca del sapore perduto. Michela, che per far fronte al suo neuroblastoma metastatico i chemioterapici li sta provando tutti, del vitto dell’ospedale non riesce a sentire nemmeno l’odore e l’unica cosa che mangia, se proprio é in forma, é la ciambella fritta del bar del Grande Ospedale. Astrid, che sta sperimentando un nuovo farmaco contro l’osteosarcoma, annaffia il suo stomaco martoriato di coca cola e tramezzini, di cui le arriva almeno il gusto della majonese. Dice che comunque, negli spazi tra una chemio e l’altra, quando riprende a mangiare qualcosa come le sue amate zuppe, minestre o puree di lenticchie e ceci, ogni alimento assunto prima, durante le terapie, le provoca disgusto.
E così finisce che noi genitori, che in qualche modo dobbiam pur restare in piedi e non abbiamo tempo neanche di scendere al bar, spilucchiamo gli avanzi dai vassoi dei nostri piccoli, mangiando ogni boccone di corsa, o nascosti in un angolo per non farci vedere da loro e non infastidirli con qualche odore fuori posto, nè suscitare nausea o nostalgia.
E c’é anche chi lascia il vassoio li’, nel grande carrello d’acciaio con i ripiani e le ruote. Per solidarietà, per senso di colpa. Per contagioso rifiuto verso il sapore delle cose. E perché tra flebo, trasfusioni, bambini spiaggiati su lettini con la ringhiera e sedie a rotelle iniziamo a non sentire piu’ nessun sapore anche noi.